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IN SCANDINAVIA CON LA SIMCA 1000 – P.3 ..by L. De Dionigi

SIMCA-1000
LE VOSTRE RECENSIONI “L’APPRODO IN SVEZIA
Attualmente il Sund (braccio di mare tra Danimarca e Svezia) è superato da un ponte perché lassù, se un ponte è fattibile, lo fanno in quattro e quattr’otto; non come da noi, dove da decenni si farnetica circa irrealizzabili ponti senza concludere un beato piffero e sperperando denaro pubblico. Allora il breve braccio di mare (venti minuti di traversata) era superato da piccoli traghetti misti per veicoli su gomma e carri ferroviari, frequentissimi ed economici, i quali univano Elsinore (DK) - dove sorge il castello di Amleto - a Halsingborg (S). Finalmente approdavamo sul suolo svedese, dove trovammo tre novità sconcertanti, una attesa, l’altra no, la terza quasi.
Quella attesa era che all’epoca in Svezia i veicoli procedevano sul lato sinistro della carreggiata, come in Inghilterra, ma il bravo M - a parte qualche iniziale crisi d’imbranamento sulle rotonde - imparò a cavarsela quasi subito. Poco dopo gli eventi narrati la Svezia passò alla circolazione sulla corsia destra; anche se la rivoluzione fu facilitata dal fatto che da tempo nel paese circolavano solo vetture con il volante a sinistra, la facilità con cui si svolse l’operazione suscita ancor oggi la mia meraviglia. I responsabili allestirono l’opportuna segnaletica modificata e la tennero coperta fino alla mezzanotte d’un giorno che non ricordo (ma ricordo i telegiornali dell’epoca), quindi in pochi minuti i vecchi segnali vennero disattivati, quelli nuovi attivati e gli automobilisti svedesi si portarono come un sol uomo sulla corsia alla loro destra. Va detto che a mezzanotte, nel paese, la circolazione era limitata ma che la rivoluzione si sia svolta senza incidenti di rilievo a me sembra tuttora incredibile. Se penso che gli inglesi si tengono e si terranno nei secoli dei secoli la loro dannata guida a sinistra (oltre che la loro svalutata sterlinetta), ritengo che la buonanima del generale De Gaulle non avesse poi torto a volerli fuori dalla CEE, ma questa è un’opinione personale.
La novità inattesa era che già nel 1965 tutte le stazioni di rifornimento svedesi erano a self service, con numerose colonnine e un solo addetto alla cassa nello “shop” annesso alla stazione; la faccenda funzionava così: uno si riforniva, andava nello “shop” dove, se voleva, trovava lubrificanti e altri articoli per l’auto, snack, bibite rigorosamente analcoliche, giornali, souvenir, sigarette (carissime), preservativi, caffè dalla macchinetta, pagava e se ne andava. Con questo sistema bastava un solo addetto a gestire una grossa stazione e, di conseguenza, si potevano abbattere i costi. Adesso sembra una banalità perché quasi tutti i distributori europei funzionano con questo sistema, tranne in Italia, dove stenta a prendere piede in quanto anche un distributore con due colonnine deve sfamare tre o quattro bocche. Risultato: gli addetti guadagnano una miseria e abbiamo i costi del carburante che sappiamo. Al primo rifornimento restammo mezz’ora in attesa che qualcuno si degnasse di farci il pieno, poi un cortese automobilista locale ci spiegò a gesti che dovevamo arrangiarci e – con le rituali “eresie” tipicamente venete – provvedemmo, sia pure spandendo all’esterno un paio di litrozzi.
La novità quasi attesa era che i prezzi scandinavi presentavano, rispetto a quelli italiani, una differenza che andava dal 20% al 60% secondo i casi (però alcuni generi costavano meno come, appunto, la benzina): sapevamo qualcosa fin dalla partenza e già in Danimarca avevamo avuto qualche avvisaglia, però in Svezia la “forbice” era più accentuata. D’altronde il potere d’acquisto del cittadino medio svedese era ben più alto rispetto a quello del cittadino medio italiano, quindi per lui la vita era meno cara che in Italia, dove ci si cullava in un “boom” rivelatosi in gran parte illusorio ed effimero, mentre Roma era ancora circondata da borgate fatiscenti popolate da emarginati e nei “Sassi” di Matera convivevano ancora bestie e cristiani. D’altronde il privilegio d’abitare nel paese più bello del mondo (e dove si mangia e si beve meglio) ha un alto prezzo e noi italiani lo pagavamo, lo paghiamo e lo pagheremo sempre, però non bisogna tirare troppo la corda... Ma questo è un altro discorso. Ci sarebbe da citare una quarta novità che ignoravamo: in Svezia era già in uso il temutissimo “palloncino”; per pura fortuna la cosa non ci riguardò altrimenti sarebbero stati guai seri.

A LANDSKRONA
Appena sbarcati, M decretò: “Adesso si va a Landskrona, è a tiro di sputo.”
“Landskrona?” chiese P consultando la carta “Perché proprio a Landskrona? Non è neanche sulla strada per Stoccolma.”
“Perché a Landskrona c’è una mia pen-friend.”
“Ancora con ‘sta storia delle pen-friend! Non t’è bastata la figura di merda che ha fatto ‘sto sfigato?” disse P indicandomi.
“Piano con le parole!” m’incazzai “Altrimenti risalgo sul traghetto, torno a casa e vi mando affan...”
“Piantatela voi due!” troncò M “Si va a Landskrona perché sta bene a me; se vi va è così, se no fuori dalla mia macchina!”
Appena giunti a Landskrona, M parcheggiò la Simca e decretò: “Adesso compriamo qualcosa, cerchiamo una cabina per telefonare alla tizia, e poi...”
“E poi?” domandammo io e P a una voce.
“Grandi speranze... se non altro per me.”
“Il solito egoista!” disse P “Almeno domandale di racimolare un paio d’amiche, possibilmente decenti.”
“Vedrò cosa posso fare per voi pellegrini... Forza, smontare!” ordinò M.
“Andate voi due: io preferisco restare in macchina.” borbottò P.
“Come preferisci.” rispose M.
Dopo qualche metro dissi: “Vedi? L’hai fatto incazzare.”
“Vorrà dire che poi si disincazza... E muoviti!”
Comprammo qualcosa imprecando contro il costo della vita scandinava poi M si chiuse dentro una cabina telefonica, confabulò circa mezz’ora e alla fine uscì con aria pimpante dicendo: “Certo che il tedesco che parlano qui è un po’ difficile da capire, però è fatta.”
“In che senso?”
“Stasera siamo invitati a cena tutti e tre.”
“A cena? Ci sarà qualche amica, spero.”
“No, solo lei e i genitori. Non ho ritenuto opportuno chiederle un paio d’amiche per voi due... Capirai, dopo il pasticcio che hai combinato con la tizia di Flensburg...” Tutt’un tratto M s’interruppe “Porca la!... Dove diavolo s’è cacciato quel mona di P?” Eravamo arrivati al parcheggio e la Simca era vuota e abbandonata! “Guarda qua! Quel disgraziato ha lasciato le porte aperte...” esclamò M con le mani nei capelli “Ah già, mi sono portato dietro le chiavi... Ma cosa combina quello scimunito?... Parla solo francese, pure male, e sarebbe capace di perdersi anche a casa sua!”
M appariva nel marasma più totale e anch’io mi guardavo attorno sconcertato: in fondo non si trattava d’una gran perdita ma il fatto era comunque increscioso. In quella un garbato ed elegante gendarme ci s’avvicinò e disse in perfetto inglese. “Cercate il vostro amico? L’abbiamo portato alla gendarmeria, dall’altra parte della strada.” Siccome l’unico che s’arrabattava con l’inglese ero io, chiesi con ansia: “Alla gendarmeria? Che reato ha commesso?”
“Nessun reato.” ridacchiò il giovanotto “S’è solo sentito poco bene ed è venuto da noi per cercare aiuto.”
“Che cazzo dice lo sbirro?” chiese M sempre più turbato.
“Dice che P è alla gendarmeria e che...”
“Lo sapevo! Non dovevamo lasciarlo solo! Quello ha molestato la prima che passava... Adesso ci sbattono al fresco tutti e tre!”
“E statti zitto! P s’è solo sentito male e lo stanno assistendo.”
Trovammo P steso su un divano, accudito da due graziose poliziotte (Piacevole constatazione: infatti all’epoca le poliziotte italiane non erano state ancora inventate): non sembrava affatto che soffrisse, anzi. “Ebbene, piattola, che t’ha preso?” chiese M.
“Niente di grave: i miei soliti disturbi del ritmo cardiaco. Però il farmacista non può darmi la specialità se non presento la ricetta firmata da un medico svedese.”
“Quindi?”
“Quindi io e gli sbirri aspettavamo solo voi due per andare all’ospedale.”
Infatti subito dopo P venne fatto accomodare su una “Rekord” della gendarmeria e portato all’ospedale con tanto di lampeggiante e sirena, mentre io e M seguivamo a bordo della Simca. Arrivati all’ospedale, gli accompagnatori si congedarono augurandoci buona fortuna, quindi P venne fatto sedere in sedia a rotelle e preso in consegna da un’infermiera che – camice a parte - somigliava ad Anita Ekberg in “La dolce vita”. “Boia che [CENSORED]!” rantolò il paziente “Con una come questa i disturbi non mi passano di sicuro!” Con tipico intuito femminile, l’infermiera comprese il significato della battuta e sfoderò un radioso sorriso. Dopo breve attesa in un’elegante saletta, P venne accolto dal cardiologo di turno e trattenuto in ambulatorio un paio d’ore, dopo di che uscì con in mano una cartellina e un campione di farmaco che gli bastò per tutto il viaggio. Da aspirante medico P non mancò di sottolineare l’accurato servizio prestatogli: anamnesi, check-up cardiaco, temperatura, pressione, riflessi, peso eccetera. Inutile aggiungere che il cardiologo parlava un francese perfetto. Terminata la visita, la bella infermiera, quasi scusandosi, disse in inglese: “Mi rincresce ma il paziente è straniero e deve pagare il ticket.” Spesa complessiva: l’equivalente di circa 1000 lirette! Poco anche per l’epoca, un’epoca in cui, in Italia, negli ospedali c’erano ancora le corsie da sessanta posti letto e dove chi aveva i soldi poteva curarsi e chi non li aveva... ciccia! Una pillola e i disturbi di P cessarono in pochi minuti. Risaliti in macchina verificammo dove si trovava il camping di Landskrona, dopo di che P disse a M: “Adesso parliamo di cose serie... Hai contattato la tizia?” Quando M ebbe esposto il suo resoconto, P prese a sghignazzare.
“A cena con mamma e papà! Và avanti tu che a me viene da ridere!”
“Ridi? Si vede che non sai come funzionano le cose qui in Svezia.” ribatté M sdegnoso.
“Perché? Come funzionano le cose qui in Svezia?”
“Funzionano così: dopo cena i genitori si mettono davanti alla televisione e la tizia s’apparta con il moroso.”
P si fece cupo. “Nella camera di lei?”
“Nella camera di lei.”
“E tu come lo sai?” chiese P sempre più incupito.
“Lo sanno tutti tranne voi due ignoranti... E adesso basta con le domande.”
“Basta un’ostia! Tu non sei il moroso della tizia.” obiettò P.
“Uffa! Quanto sei pignolo! Vorrà dire che per una sera lo sarò.”
“E le amiche per noi?”
“Io chiedere alla tizia di trovare due amiche per due scalzacani come voi? Se è uno scherzo non mi fa ridere: mica voglio sputtanarmi in terra straniera, io.”
“E mentre tu sei appartato noi due che facciamo?”
“Non sono capperi miei.”
“Dicci almeno per quanto tempo intendi lavorarti la tizia.”
“Dipende da tante cose.”
“E noi dovremmo stare ad aspettare i tuoi porci comodi?”
“Niente affatto: potete tornare in campeggio a piedi.”
“Cazzo! Sono almeno cinque chilometri!”
“Una passeggiata dopo cena non può farvi che bene. E adesso basta veramente... Forza gente, è ora di piantare le tende.”
“Tu ci godi a tirare porcate!”
Piantate le tende, ci preparammo per la cena e all’ora prefissata (non ricordo, ma forse erano le 18: nei paesi nordici si cena piuttosto di buon’ora) ci trovavamo davanti alla linda villetta in cui dimorava la “pen-friend” di M. La fanciulla era meglio di quella incontrata a Flensburg ma non era nemmeno la tipica bellezza svedese vagheggiata dai tamarri: carina e simpatica ma niente di particolare. Non dico di più perché non ne ricordo le fattezze e se non le ricordo significa che non lasciò un ricordo indelebile. I genitori erano persone distinte e garbate e, in proposito, devo dire che trovammo gli svedesi molto garbati anche se un po’ formali (chissà se è ancora così), eccetto i “raggar”... Chi erano il “raggar”? Leggete più sotto e lo saprete. Non ricordo nemmeno cosa mangiammo, se non che si trattava di zozzerie frutto della tragica abitudine delle genti nordiche di mischiare il dolce con il salato: in quelle terre per molti versi tanto civili era impossibile mangiare qualcosa di decente. Perfino il pane (solo a cassetta e di produzione industriale) era addizionato con zucchero per cui manco potemmo farci qualche panino con il salame (anch’esso di produzione industriale e di qualità ignobile) o con il formaggio (praticamente si vendevano solo sottilette), ma unicamente con burro e marmellata, due delle poche “perle” della gastronomia nordica. L’unica portata che rammento fu un trancio di cavolfiore semicrudo e senz’ombra di condimento! Per dovere d’ospitalità dovemmo ingollare quella robaccia innaffiandola con beveroni dolciastri dal gusto ambiguo e lodando le virtù culinarie della padrona di casa. Terminata la cena, la svedesina annunciò che l’indomani doveva alzarsi presto per via di certi suoi impegni con gli scout (mi pare) e si ritirò salutandoci e raccomandando a M di proseguire la corrispondenza. Poco dopo anche i genitori ci fecero educatamente capire che dovevamo toglierci dai piedi, e meno male, se no io e P - a forza di trattenere il riso - ce la saremmo fatta nei pantaloni. Appena fuori scoccò l’ora della MIA vendetta (in ciò fui appoggiato da P che mal sopportava l’arroganza del compare, anche se da sempre suo amicone) e, per M, l’ora della SUA umiliazione. “Fammi capire:” ghignai “non dovevi appartarti con la tua bella?”
“E noi” incalzò P “Non dovevamo farci una bella scarpinata fino al campeggio... o mi sfugge qualcosa?”
Poi, a una voce, io e P: “Sceee-mo! Sceee-mo!”
Né io né P tenemmo conto del fatto che M aveva il coltello dalla parte del manico (o meglio la Simca dalla parte del volante), per cui, dopo qualche secondo d’impietosi sfottò, esplose: “Smettetela immediatamente, frocioni, altrimenti la scarpinata ve la fate sul serio!... Adesso non ridete più, eh?” poi, come volesse convincere sé stesso “Bah, in fondo non ho perso granché... E dire che in foto sembrava una gran [CENSORED]... A conti fatti meglio perderla che trovarla.” Inutile dire che né io né M rinnovammo l’iscrizione al “Pen-Friend Club”, infatti troppe iscritte baravano con le foto e tiravano bidoni.”
L’indomani mattina partimmo completamente rappacificati e sereni come il cielo da cui, nel corso della nottata, erano sparite le nubi. A questo punto qualcuno potrà chiedersi come mai - nonostante scoppiassero baruffe, a due o a tre, almeno venti volte al giorno, nonostante ci lanciassimo continui e sanguinosi insulti spesso riguardanti le rispettive madri o i rispettivi defunti - non fosse volata ancora qualche sberla, e non ne volarono per tutto il viaggio. A tale domanda rispondo che allora era così: non dominavano i rancori, i livori, le ripicche che oggigiorno portano ad assurde e tragiche conclusioni episodi anche banali (e noi vecchi non siamo immuni da simili pazzie). Tali comportamenti erano solo un sistema alternativo - “diversamente cordiale” oso dire - di gestire i rapporti umani... non so se rendo l’idea. Ma procediamo.

VERSO LA CAPITALE
La strada scelta per avvicinarci alla capitale svedese era la lunga statale che corre parallela alla frastagliatissima costa del Baltico e che, a Norrkőping, si congiunge con l’itinerario più diretto, che invece taglia diagonalmente la Svezia meridionale toccando la zona dei grandi laghi. L’unica grande città lungo l’itinerario è Malmő, pochi chilometri a sud di Landskrona (per cui non la degnammo d’uno sguardo), quanto al resto solo villaggi e cittadine tutte uguali, tutte pulite e ordinate, tutte inserite in un paesaggio per noi insolito e distensivo ma, alla fine, monotono: dolci ondulazioni a perdita d’occhio, coperte da foreste di conifere alternate a zone agricole; di quando in quando il Baltico appariva in forma di baie o fiordi a coste basse che s’insinuavano all’interno del territorio; talvolta acque dolci e salmastre si mischiavano in estesi canneti che affiancavano la carreggiata. E fu proprio in una di tali zone paludose che chi scrive rischiò di brutto. Non so se la causa scatenante fu la fettona di cavolo semicrudo (che però su di me non produsse analoghi effetti) mandata giù durante la cena di Landskrona o se si trattava d’una dote naturale comune ai due scostumati, fatto sta che M e P (seduti davanti) si sfidarono in un torneo di peti ad alto potenziale. Quasi stordito dal tanfo provai a mettere il capo fuori dal finestrino ma, con angoscia, constatai che anche all’esterno regnava un’atmosfera altrettanto mefitica: infatti stavamo attraversando una zona paludosa in cui tonnellate di canne morte marcivano in acque morte, e la zona sembrava non finire mai! Talvolta mi meraviglio d’avere resistito a quel supplizio degno della “Gestapo” e protrattosi più di un’ora. Comunque ce la feci e le foreste di conifere che seguirono alle paludi tonificarono le mie vie respiratorie con il loro aroma di resina... Però fu dura, credetemi! La statale proseguiva monotona e sconnessa (evidentemente, anche in un paese ricco, gli effetti del duro inverno sull’asfalto non erano del tutto rimediabili) quando M s’accorse che era sera, e se n’accorse solo guardando l’orologio: infatti, a quelle latitudini, d’estate non fa mai buio; non si tratta ancora del “Sole di mezzanotte” - fenomeno visibile a latitudini più elevate - ma comunque d’un chiarore persistente anche a notte inoltrata. Di campeggi non c’era traccia, però, a un certo punto, vedemmo una freccia che segnalava un ostello. M girò a destra e imboccò una strada a fondo naturale (molto migliore dell’asfalto) che s’inoltrava nella foresta e che, dopo una quindicina di chilometri, giungeva a un’insenatura in riva alla quale sorgeva un villaggio lindo e tranquillo, costituito da poche case, una chiesetta luterana e una scuola elementare; quest’ultima, durante la chiusura estiva, fungeva appunto da ostello (Buona idea; mi domando perché non si faccia lo stesso anche da noi: simili iniziative potrebbero rimpinguare le casse scolastiche).
Responsabile dell’ostello era una ragazzona di tipo un po’ rustico ma tutto sommato piacente, la quale si presentò come insegnante di religione. La cosa ci sconcertò: in Italia le donne insegnanti di religione (munite di benestare vaticano) furono inventate in epoca successiva, ma negli anni 60 l’insegnante di religione era sempre un pretone in tonaca e “tricorno”. Per quanto riguarda la sistemazione, dopo notti di tenda - spesso funestate da rovesci - ci sembrò degna d’un sultano: edificio nuovo di trinca, camerata grandissima con quattro comode brande, servizi principeschi e pulitissimi, cucina/refettorio attrezzata e a nostra completa disposizione, il tutto per pochi spiccioli! Scaricammo le masserizie e, dopo un po’, la giovane si rifece viva e c’invitò – omaggio ai primi italiani giunti in quel remoto angolo di Scandinavia – a un “Würstel-Party” sulla riva del mare. All’evento partecipavano i pochi giovani del luogo - i quali sembrarono stupiti nel constatare che non eravamo omini verdi - e la faccenda consisteva in questo: acceso un falò s’infilavano dei würstel in scatola su degli stecchi, s’abbrustolivano al fuoco e si mangiavano. Nota a margine: una delle poche cose commestibili in Svezia erano gli “hot-dog”, venduti negli appositi chioschi ma solo assieme a “soft drinks”, come nei film americani; una vera disdetta, in quanto accompagnare un “hot-dog” con aranciata o coca anziché con una buona birrazza non l’ho mai ritenuto un abbinamento felice (quantunque oggigiorno tale barbara usanza sia abituale). Un bel momento M disse: “Dai Ciano, tira fuori la chitarra se no non ci credono veri italiani: ‘sti qua non aspettano altro.”
“Ho comprato una moto Morini” e “Osteria numero uno” da me intonati con voce squillante suscitarono solo facce perplesse tra gli astanti, per cui, all’“Osteria numero sei”, (testi reperibili su Internet), M m’interruppe dicendo: “Ma che cazzo canti? Questi vogliono musica tipica italiana... Tu pensa ad accompagnarmi che al resto penso io.” M aveva una zia a Roma per cui “Anvedi, ecco Marino, la sagra c’è dell’uva” era nel suo repertorio e ciò lo indusse a esibirsi stonando come una campana e provocando ulteriori perplessità tra gli astanti. Tutt’un tratto P c’interruppe: “Piantatela cretini! Non vedete che state facendo una figura di merda?” Saggia decisione, meno saggia la proposta che seguì: “Piuttosto sono stufo di mangiare salsicce carbonizzate e bere roba tanto dolce da vomitare: perché non mostriamo a ‘sti buzzurri come si fa una bella spaghettata? La cucina ce l’abbiamo... Forza, invitiamoli!” I ragazzi non se lo fecero dire due volte e gli spaghetti al pomodoro “Star” ottennero uno strepitoso successo, ma ancor più successo - ahinoi! – ottenne il Cabernet della Valsugana: Un piccoletto (sissignori, i piccoletti ci sono anche in Svezia) si mise in un angolo con espressione cupa e diffidente, quasi a dire: “Stiamo a vedere che porcata ci rifilano ‘sti terroni.” Poi ingurgitò tre scodelle di pasta e un litro di Cabernet. Finito il banchetto e congedati i commensali, M aggredì P: “Che t’è saltato in mente? Pasta e vino sono quasi finiti!”
“Bisognava pur rimediare alla figuraccia che avete fatto con quella stupida chitarra.”
La polemica finì quasi subito in quanto la giovane insegnante rientrò per ringraziarci della spaghettata; con l’occasione non mancò di sorridere a M in quel certo modo, per cui P – capita l’antifona - mi propose d’andar fuori a fumare: con tutti i suoi difetti, P sapeva essere molto discreto...
Dopo un po’ M e la ragazza uscirono dall’edificio e si salutarono; quando lei si fu allontanata, la discrezione di P svanì come per incanto. “E allora?” ghignò visibilmente invidioso “Avete ripassato il catechismo luterano?”.
“No, abbiamo fatto una bella ravanata.”
“Una volta per tutte, fammi capire cosa intendi per ravanata.”
“Eeeh...” replicò misterioso M.
“Insomma, te la sei sbattuta?”
“Beh, se devo proprio essere sincero...”
“Almeno i vestiti ve li siete tolti?”
“Uffa, che curioso!”
“Volete sapere una cosa?” intervenni “Io la storia delle svedesi che ci stanno con il primo italiano che passa non l’ho mai bevuta.”
“Allora tu che ci fai qui con noi?” chiese P.
“Ecco, io... Ehm... Non volevo perdermi una gran bella gita.”
“Meglio che tu taccia! Sei solo un ipocrita, un bugiardo e pure un po’ stronzo!” Come al solito M prese il sopravvento.
“Diamoci un taglio!” sbottò “Lei ha detto le solite cazzate, che dovremmo conoscerci meglio... Insomma, ho capito che non era il caso d’insistere, perché sono un signore, io... Un signore! Sono stato chiaro?”
“Ehi!” ribatté P allarmato “Non è che per caso tu voglia piantare radici in questo buco per approfondire la conoscenza?”
“Mancherebbe anche questa: qua sono dei burini, dei provinciali. A Stoccolma sarà tutt’altra cosa.”
“Se lo dici tu... Adesso scusate: fuori faceva un fresco, ma un fresco...” disse P fiondandosi verso i servizi.
“Questa dev’essere zona sismica.” osservai un attimo dopo sentendo i vetri tremare, però sbagliavo: si trattava del cavolo che continuava a lavorarsi le budella di P. L’indomani riprendemmo la statale ben decisi a giungere a Stoccolma in orario tale da consentire un sopralluogo. Mano a mano che procedevamo verso la capitale il traffico si faceva più intenso ma sempre ordinato. Le macchine con targa svedese erano prevalentemente vetture robuste e affidabili. Naturalmente molte erano modelli Volvo e Saab - anche in età – dall’estetica deprimente ma di sicuro più affidabili delle attuali Volvo e Saab, che non ritengo tanto migliori sul piano estetico ma la cui leggendaria affidabilità (secondi i soliti maligni) VW TYPE 3 1500è solo un ricordo. Tuttavia direi che sulle strade svedesi dominava il  Maggiolino in tutte le salse, ivi compreso quel “tafanario” della VW 1500, la quale fu solo un Maggiolone camuffato da “tre volumi” (ma c’era anche il “fastback”... e poi qualcuno dice che la concorrente A111 VW TYPE 3 1600 TL 1965fu un’AutoDiMerda). Non mancavano, ovviamente, 2 CV, R4 e perfino qualche Fiat 600, mentre le auto più lussuose erano quasi tutte Mercedes di vari  modelli: l’età prevalentemente avanzata delle vetture in questione mi fece pensare che le auto di lusso fossero (correttamente) le più “tartassate”. In definitiva, considerata la ricchezza del paese, trovai il parco macchine nazionale piuttosto “sobrio” e tuttavia adatto a sfidare il duro inverno scandinavo.

A STOCCOLMA
L’indomani, verso mezzogiorno, eravamo finalmente a Stoccolma; ai margini della superstrada che portava verso il centro c’era un campeggio un po’ spelacchiato in cui piantammo le tende; notammo con sollievo che
ROULOTTE LEVANTE GRAZIELLAunici ospiti italiani erano i componenti una famigliola in 1100 con  roulotte “Graziella” al seguito però, dopo un attimo, guardammo meglio e constatammo che, in pratica, si trattava quasi d’un campo nomadi: erano pur sempre nomadi svedesi, cioè puliti, ordinati, educati, dall’aspetto rassicurante, con vetture e caravan ben tenute ma (siccome certi pregiudizi sono duri a morire) andammo alla “Reception” per disdire. L’addetto ci spiegò che ormai ci aveva registrato e che avremmo dovuto comunque pagare un pernottamento; inoltre ripeté in inglese “Vi dico che non hanno mai dato problemi” ed “È più probabile che i soldi ve li freghino nella metro”, e lo ripeté tante di quelle volte che ci tranquillizzammo; tuttavia il camping rimaneva rumoroso e squalliduccio per cui decidemmo di spostarci l’indomani in ogni caso. E finalmente potemmo approdare nella “downtown” per una camminata tra Kungsgatan, Sveavägen e vie adiacenti, ossia i quartieri più belli e ben frequentati della metropoli svedese. Per quanto riguarda il genere femminile nessun dubbio che fossero strade più che ben frequentate: finalmente potevamo ammirare le mitiche valchirie di cui si bisbigliava tra i tamarri da spiaggia, e ce n’erano a battaglioni! Non è questa la sede per perdersi in dettagli, mi limito a dire che buona parte delle valchirie seguivano il modello Brigitte Bardot fino a sembrarne copie conformi (all’epoca l’attrice francese era un’icona del sex-appeal; documentarsi): in più, oltre che avvenenti, erano agghindate, truccate e pettinate come top-model; allora, nella nostra città, mammiferi del genere si contavano sulle dita d’una mano e non è che anche altrove le cose andassero granché meglio. Come sopra accennato - vedendo ciò che oggi resta di loro - mi domando se quelle creature non fossero miraggi; oltretutto, ai nostri giorni, sventole simili circolano anche in Italia, da Aosta a Lampedusa, però - nei “favolosi” anni 60 - articoli del genere si potevano ammirare solo in via Veneto ma si trattava d’articoli inavvicinabili, invece le ragazze di Stoccolma erano spontanee, sorridenti, accattivanti e, se uno buttava là un complimento, sovente si fermavano a discorrere... Grande paese la Svezia anni 60! Il rovescio della medaglia era sempre il solito. Se le valchirie erano battaglioni, i giovani maschi - provenienti, che so, da Abbiategrasso, Forlimpopoli, Vetralla o Zafferana Etnea, ma anche da altre aree latino/mediterranee - erano reggimenti. Per troncare sul nascere la solita baruffa circa chi fosse responsabile di quel “dannato viaggio” M decretò: “Adesso cerchiamo da mangiare. Ho una fame che non ci vedo.”
“E dove andiamo?” chiese P “I menu all’esterno sono scritti in svedese, i prezzi sono indecenti e sono pronto a scommettere che si tratta di merdate.” Eravamo rassegnati a un hot-dog innaffiato da soft drink quando (secondo incontro sorprendente) un tizio ci s’avvicinò e disse: “Ma guarda chi si vede! Cosa ci fai da ‘ste parti?”
Si trattava di R, un compagno di classe di P il quale - appena presa la maturità – era partito per la Svezia in viaggio di piacere, ci s’era trovato bene e da tre anni aveva piantato radici Stoccolma. Cosa facesse per campare non era chiaro, ma si trattava d’un tipo alla mano, disponibile, dall’aspetto curato e signorile; tuttavia - osservandolo bene - la sua faccia appariva stranamente segnata e il suo sguardo stranamente allucinato. Per natura non mi piace esternare giudizi sugli altri, neanche se anonimi, però qualche vago dubbio su R ce l’ho tuttora. Quando seppe della nostra immediata necessità, R c’indicò un ristorante italiano ubicato in una viuzza poco distante. Quindi P gli disse: “Senti R, dovremmo domandarti qualcos’altro.”
“Immagino cosa.”
“Allora perché non ti fermi con noi?... Basta che facciamo alla romana, non nuotiamo nell’oro.”
“Ben volentieri... Vogliamo andare?”
Il locale non era un “cinque stelle” e la cucina si rivelò piuttosto dozzinale, però i prezzi erano buoni e i piatti autenticamente italiani per cui il modesto pasticcio di lasagne che divorai mi sembrò “mangiare da re”. Naturalmente, placati i morsi della fame, sottoponemmo R a una raffica di domande circa l’argomento cardine e lui ci rispose con pazienza. “Sia chiara una cosa, gente: se pensate che le svedesi vi corrano dietro a dozzine solo perché siete italiani, sbagliate di brutto.”
“Ma che cazzo dici?” obiettò P “In Kungsgatan ne abbiamo agganciate almeno cinque o sei, e tutte [CENSORED] imperiali!”
“Però uno straccio d’appuntamento non l’avete rimediato. O sbaglio?... E poi avete visto quanti coatti famelici circolano per Stoccolma a caccia di [CENSORED] e rovinano la piazza? Date retta a me, tre sono le cose vere: primo, se vi mettete con una, quella viene a letto con voi senza tanti complimenti; secondo, se andate a casa di lei e ve la portate in camera, i genitori non fanno una grinza...”
“Però lui, a Landskrona, non...” ghignò P indicando M.
“Fatti i cazzi tuoi” reagì M “e lascialo parlare!”
“Terzo: se una ci rimane non succedono drammi, il governo è molto generoso con le ragazze/madri. Tutto il resto sono BALLE. Le svedesi non la mollano al primo italiano che passa... Quanto tempo pensate di fermarvi?”
“Mah, non so... qualche giorno.” rispose P.
“Ahi, di male in peggio. Sapete una cosa? Anch’io io, i primi tempi, non ho battuto chiodo, poi però... Vedete gente, prima di... concludere ci sono i tempi tecnici: lui deve mostrarsi carino, lei vuole conoscerlo meglio...”
“M ‘ste cose le sa bene.” ghignò ancora P, sempre indicando il capo spedizione. Quella sera P era decisamente indisponente: però la sua ironia nei confronti di M mascherava un certo sconforto.
“Imbecille!” ri-reagì M “Piantala di sfottere o ti rompo il culo!”
A quel punto R ci osservò attentamente e chiese: “Ma vi siete guardati allo specchio?”
Ci guardammo l’un l’altro quindi P rispose confuso e umiliato: “Vabbé R, non saremo Alain Delon, ma in giro ho visto di peggio.” Nota a margine: all’epoca l’attore francese era l’equivalente al maschile di Brigitte Bardot. “Non intendevo questo.” spiegò R “Il fatto è che siete conciati come pellegrini. Scusate la sincerità ma fate schifo.” Diciamolo: “Er Monnezza”, al nostro confronto, sarebbe sembrato un dandy.
“Non avete, che so, un completo, una camicia, una cravatta?” continuò R.
“Certo, e facciamo la nostra figura, modestamente.”
“Allora ci sono due soluzioni, ma non prometto niente: o vi vestite come si deve e andate in questo locale.” disse R scrivendo su una bustina di Minerva “O rimanete come siete e andate al luna park, però lì ci sono i raggar e rischiate di brutto, se poi arrivano anche gli sbirri sono cazzi.”
“E ‘sti raggar chi sarebbero? E gli sbirri che c’entrano?” domandai allarmato. R si dilungò in una dissertazione su “raggar” e sbirri tanto dettagliata che sospettai avesse avuto a che fare con loro.
I famigerati “raggar” erano i soliti bulli che alla sera s’ubriacavano e andavano in cerca di rogne; il cielo sa come facessero a ubriacarsi in un paese semi-proibizionista come la Svezia, in cui gli alcolici erano carissimi e difficilmente reperibili, però loro ci riuscivano egregiamente. Avevano i loro luoghi preferiti (tra cui, appunto, il luna park) dove bighellonavano a gruppetti cercando d’attaccare briga con chicchessia; fortunatamente i gendarmi non stavano a guardare, anzi tenevano d'occhio le bande aspettando la prima cazzata di quei balordi per manganellarli senza pietà e sbatterli in gattabuia. Ma, spiegò R, ancor peggio andava a eventuali stranieri coinvolti in una rissa, perché – se è vero che gli sbirri godevano a pestare e arrestare i raggar – ancora di più godevano nell’usare lo stesso trattamento verso gli stranieri, particolarmente quelli che cercavano d’agganciare le ragazze.
“Se i raggar vi provocano” disse R “la cosa migliore è ignorarli ma soprattutto non mostrate paura, proprio come si fa con i cani aggressivi.”
“E se insistono e cominciano a menare?” chiese M.
“Allora la faccenda diventa difficile.”
“Perché? Ci vanno pesante?”
“Macché, sono talmente ubriachi che non sanno neanche mirare alla mascella; il rischio è un altro: se uno gli dà uno spintone vanno giù come sacchi di patate e magari si fanno male, allora arrivano gli sbirri e sono veramente cazzi acidi.” Come detto, R mostrò di avere ottime cognizioni in materia e questo mi fece sospettare qualcosa circa il motivo per cui la sua faccia appariva stranamente segnata. Dopo cena ringraziammo R e ci salutammo; quando lui si fu allontanato commentai: “Poche ore che sono arrivato e ‘sta Stoccolma comincia già a starmi sulle palle.”
“Effettivamente...” ammise M.
“Oltretutto guardate la fauna.” intervenne P.
Non fosse stato per la babele di dialetti locali, la Kungsgatan sembrava la strada d’una città italiana. Sentimmo brani di conversazione tipo: “E adesso che faccio con Ingrid? La Mini non ha i sedili ribaltabili.”
“Non tirarla in lungo: tu con Ingrid non combini un tubo, hai troppa paura.”
Oppure: “Quanti appuntamenti hai stasera?”
“Quattro, ma tre m’hanno già dato buca.” INNOCENTI SPIDER
Due di Macerata - a bordo d’una minuscola “Innocenti Spider” - litigavano  furiosamente: “E adesso me dici come fàmo a rimorchia’ con ‘sta tinozza? La donne ‘ndove le mettémo? In saccoccia? Potevi farte presta’ la Flavia da babbo tuo.”
“Io so’ il padrone e rimorchio in màghina, tu me aspetti alla pensione oppure rimorchi a piedi. Tie’!”
Quando andammo a riprendere la Simca, uno di Quarto Oggiaro ci s’avvicinò e chiese. “Sedili ribaltabili?”
“Si, optional.” rispose M “Perché lo chiedi?
“Beati voi: qua senza sedili ribaltabili si combina ‘na gott’, vacca boia!”
Fossero bastati i sedili ribaltabili... (continua)”

[Seconda Parte]                                                                  [Quarta Parte]

Recensione inviata da Luciano De Dionigi di Padova

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2   COMMENTI :

manny ha detto...

evviva i ribaltabiliiiiiiiiiiiiiiiiii
vai mezzo facce sognaaaaaaaaaaaaaaa

Thrasher ha detto...

hahaha bellissimo il pezzo alla fine con quelli di Macerata! Proprio ovunque ci rifacciamo conoscere noi marchigiani XD

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